Bombetta
e L’angelo Gelberìa

CAPITOLO
I
- L’incontro -
C’era
una volta un angelo del cielo, che volava
leggero al ritorno di un incarico sulla
terra.
Era, come tutti gli angeli, bellissimo
e si chiamava Gelberìa.
Indossava una tunica corta, di lino color
celestino con due tasche sui fianchi e,
stretta alla vita, una cinta di organza
argentata; era alto e forte, con due magnifiche
ali grandi e piumate, morbide e bianche
come la neve; aveva un viso stupendo,
incorniciato da morbidi capelli bruni
con riflessi color zaffiro; ma ciò
che incantava erano i suoi occhi dolci
e profondi color acquamarina, disegnati
da lunghe e folte ciglia scure.
Volava basso e guardava curiosamente le
strade, le città e tutte le persone
affaccendate a fare qualcosa o semplicemente
a camminare, o ad andare in bicicletta:come
gli sarebbe piaciuto fare un giro su uno
di quegli aggeggi!!
Poi, qualcosa attirò la sua attenzione:
un cappello a bombetta che camminava lentamente
sul margine di un sentiero…lento
lento e a zig-zag!!
“Per tutte le nuvolette pazzerelle
che ho visto…non mi era ancora capitato
di vedere un cappello andare a spasso
sulla terra!!” esclamò.
Così, curioso com’era, decise
di scendere per guardarlo più da
vicino; gli si posò a fianco, si
inginocchiò e lo osservò:
era un cappello a bombetta abbastanza
nuovo e avanzava, lento e incerto , verso
il centro del sentiero.
Provò a tenerlo fermo con un dito,
e si rese conto che, anche se molto debolmente,
il cappello tentava di avanzare, poi tolse
via il dito, ed il cappello continuò
a camminare.
Decise allora di scoprire il mistero una
volta per tutte:con un gesto veloce, prese
il cappello con una mano e:
“Toh…guarda chi c’è!
Un vero gentleman che va a spasso con
la sua bombetta!!” esclamò
Gelberìa, ridacchiando.
Sotto il cappello c’era un micetto
piccolo piccolo, così piccolo che
a mala pena riusciva a camminare, ed i
suoi occhietti erano ancora di quel blu
indefinito che hanno i cuccioli di gatto
nei loro primi giorni di vita; aveva un
bel manto grigio perla, il musetto bianco,
e pure bianche erano tre zampine, come
se indossasse dei calzini, mentre la quarta,
era tutta grigia.
Fissò Gelberìa negli occhi
e disse:
”Maaaaaa” con una vocina flebile
flebile
“Come ti chiami piccolo? Non ce
l’hai una casa?” gli chiese
l’angelo, ma il micio rispose ancora:
“Maaaaa”
“Ho capito, povera stelluccia, sei
troppo piccolo per parlare, ma pure per
continuare il tuo giro in bombetta! Hai
perso la strada di casa…e pure un
calzino a quanto vedo…” ridacchiò
e poi continuò:
“Vieni con me, ritroverai la tua
casa quando sarà maturo il tempo,
e il tuo nome sarà…sarà…mmm…”
poi gettando lo sguardo sul cappello che
aveva in mano:
“Bombetta! Si! Bombetta! Ti piace?”
chiese al micetto.
Il micio lo guardò con occhietti
disperati e, mentre girava a destra e
a sinistra la testolina facendo cenno
di no, miagolava con tutta la voce che
aveva nella golina:
“Maaaaaaaa!! Maaaaaaa! Maaaaaa!”
“ Hi hi hi…” ridacchiava
l’angelo e continuò:
“ Non ti capisco! Mi dispiace che
tu non sappia ancora parlare! Hi hi hi…Allora
aggiudicato Bombetta?” gli chiese
ancora ridacchiando e lo prese teneramente
in una mano
“Maaa” rispose, ormai rassegnato,
Bombetta.
“Allora si parte! Tieniti forte!”
disse l’angelo, e spiccò
il volo.

CAPITOLO
II
- L’incarico -
Gelberìa
portò Bombetta sulla cima di un
bellissimo monte, ricco di frutti e vegetazione,
e lì costruì una casetta
solo per lui.
Era bellissima: in legno, tutta celeste,
con un lettino di calde piume bianche,
la tavola sempre imbandita di leccornie
e le stanze piene dei regali che Gelberìa,
ma anche gli altri angeli, portavano al
micetto al ritorno delle loro missioni.
La casetta era così in alto che
Bombetta poteva vedere gli angeli che
salivano e scendevano dal cielo, e spesso,
qualche angelo si fermava a salutarlo,
e gli raccontava le storie che aveva vissuto
e gli insegnava ciò che è
giusto e ciò che non lo è.
Ma era Gelberìa che più
di tutti gli faceva compagnia e giocava
con lui.
Il suo arrivo era scandito dal suono della
sua armonica che portava sempre dentro
una tasca della tunica:
“Bombetta, senti questa melodia,
l’ho appena composta!” ed
iniziava a suonare, comodamente adagiato
su un ramo di un albero.
Anche Bombetta si accomodava su qualche
ramo (si sa che ai gatti e agli angeli
piace stare in alto!), e stava a sentirlo
ad occhi chiusi; la melodia era davvero
bella però puntualmente dopo mezz’oretta
di ascolto si stancava e diceva all’angelo:
“Complimenti, è molto bella,
ma ora basta, ti prego!!”
“Solo un altro pezzettino”
gli rispondeva Gelberìa e continuava
a suonare, allora Bombetta scendeva piano
piano dal suo ramo, e silenziosissimamente
gli andava dietro le ali e, preso un bel
respiro, gli soffiava nell’orecchio,
così forte che solo un gatto riesce
a soffiare così, tanto che ogni
volta il povero angelo si spaventava da
matti, e per lo spavento puntualmente
gli cadeva a terra la fisarmonica!
“Birbante di un gatto!Non sai apprezzare
l’arte!” esclamava, e se ne
andava via facendo finta di essere offeso.
Passò un anno e Bombetta ora aveva
gli occhioni di un bel verde smeraldo
e cresceva saggio e felice nella sua casetta
celeste in compagnia dei suoi amici angeli,
ma sempre più di frequente faceva
una richiesta ai suoi amici e diventava
ogni giorno più insistente:
“Vi prego, chiedete che venga affidato
un incarico pure a me! Per favore! Ormai
sono grande!” chiedeva insistentemente
agli angeli.
“Ma non sei un angelo, non c’è
bisogno che tu vada in missione per dimostrarci
che sei un gattino buono!” gli rispondevano
gli angeli, ma Bombetta insisteva:
“Vi prego!Vi prego! Vi prego! Un
incarico piccolo piccolo!!!”
Così, un giorno Gelberìa
si presentò a Bombetta per dargli
il suo sospirato incarico:
“Ecco la tua missione” esordì
l’angelo:
“Nel villaggio a valle c’è
Costanza, una bambina di cinque anni,
che piange disperatamente perchè
il suo cucciolo di S.Bernardo è
scomparso da due giorni e non si trova
da nessuna parte: tu lo dovrai ritrovare.
Te la senti?”
“ Certo! Cos’è un S.Bernardo?
Un uccellino?” chiese Bombetta.
“ Beh, no, è un po’
più grosso…” rispose
l’angelo.
“Un topolino?...prometto che sarò
gentile con lui!”replicò
Bombetta.
“Nemmeno…ehm…non preoccuparti
, lo scoprirai presto. Ora avvicinati.”
gli ordinò
Si strappò una piuma dalle ali
e la poggiò sul petto di Bombetta
dicendo queste parole:
“Ricorda che gli angeli del cielo
sono con te e in te”
E la piuma si fuse col manto del micio,
diventando un ciuffetto bianco tra il
grigio perla del mantello.
“Ora vai” terminò l’angelo.
E Bombetta iniziò a correre giù
dalla montagna verso il bosco.

CAPITOLO
III
- Un nuovo amico -
Era una splendida mattina estiva.
Il bosco non faceva paura, anzi, Bombetta
era affascinato, passo dopo passo, dagli
alberi dalle diverse forme, dai fiori
variopinti e profumati, dalle farfalle
colorate che gli svolazzavano intorno,
dai torrenti abitati da pesciolini colorati,
da strani buchi nel terreno da cui uscivano
buffi animaletti col musetto appuntito
e tutti erano gentili con lui, ma non
poteva trattenersi: aveva una missione
da compiere.
Quasi improvvisa scese la notte, e il
bosco cambiò aspetto; tutti gli
animaletti che aveva visto durante il
giorno scomparvero, i fiori si chiusero,
gli alberi parevano tutti uguali e minacciosi,
come se volessero imprigionarlo tra le
loro fronde.
D’un tratto, un lupo gli tagliò
la strada e iniziò a ringhiare
minaccioso contro di lui.
“ Ciao, io sono Bombetta”
disse il micio tremante al lupo, ma quello
continuava a ringhiare più forte
e si avvicinava.
“Scappa gatto!” gli urlò
una voce dall’alto.
E Bombetta iniziò a correre il
più veloce che poteva ma il lupo
lo seguiva e stava per raggiungerlo.
“Sali su un albero, presto!”
gli suggerì la voce.
Il povero micio spaventato gli obbedì
e si mise in salvo, e il lupo, furioso,
se ne andò.
Mentre Bombetta riprendeva fiato, la voce
che lo aveva salvato si materializzò
davanti a lui: era un uccello piuttosto
grosso, con gli occhi grandi, simili ai
suoi ma color ambra.
Esordì:
“Nuovo di queste parti, giovanotto?
“Grazie di cuore per avermi aiutato!
Io sono…”
“Bombetta…lo so” lo
interruppe l’uccello ridacchiando,
e continuò:
“Io sono il signor Barbagianni,
Franco per gli amici, ma tu puoi chiamarmi…”
“Franco?” lo interruppe questa
volta Bombetta
“No, Signor Barbagianni” rimbottò
con malcelata severità il barbagianni,
e continuò:
“ Cosa ti porta, Bombetta, a vagare
la notte per questo bosco?”
“Ho un incarico da compiere”
rispose tutto fiero Bombetta
“E di cosa si tratta?”
“Mmm…non so se posso dirtelo”
rispose confuso Bombetta.
“Se non ti fidi di chi ti ha salvato
la vita, di chi ti puoi fidare, giovanotto?”
replicò il barbagianni.
“Va bene. Te lo dico: devo ritrovare
il S.Bernardo di Costanza, una bambina
che vive nel villaggio
a valle” confidò Bombetta.
“La conosco bene! Viene spesso qui
nel bosco a raccogliere le fragoline con
i fratelli. E’ una bimba dolce e
gentile e porta sempre le briciole di
pane per i pesci e per noi uccelli del
bosco.”disse il barbagianni.
“Davvero la conosci? E sai pure
dove abita?” chiese tutto contento
Bombetta.
“Certo che lo so!” rispose
il barbagianni.
“E me lo potresti spiegare?”
continuò Bombetta.
“Figliolo, farò di più.
Domani mattina ti ci condurrò.
Ora seguimi, ti porto in un posto sicuro
dove potrai dormire.”
Così il barbagianni condusse Bombetta
sopra un grande albero, lo fece acciambellare
all’interno di un comodo incavo
tappezzato di morbide foglie profumate,
e volò via promettendogli che sarebbe
ritornato a svegliarlo l’indomani
mattina.
La luna era alta, ed ora illuminava un
sereno cielo dalle mille sfumature di
blu, la musica dolce della fisarmonica
di Gelberìa scorreva come fiume
di dolci pensieri tra gli alberi del bosco,
ora aveva incontrato un nuovo amico e
chissà ancora quante avventure
lo aspettavano domani!
Bombetta sì addormentò,
stanco stanco, ma felice.

CAPITOLO IV
- Inizia l’avventura -
“Svegliaaaaaaaaa!”
urlò, il giorno seguante, con tutto
il fiato che aveva in gola il barbagianni
Bombetta si destò sulle quattro
zampine e balbettò:
“Dove…dove…”
“Si parte in missione giovanotto,
ora rivestiti che si va a far colazione!”
disse il barbagianni con un tono più
pacato
“Rivestiti?” ripetè
dubbioso il piccolo bombetta.
“Non ti sei accorto che ti manca
un calzino? Hi…hi…”
e scoppiò in una grossa risata.
Gli fecero eco altre risate provenienti
dal basso, guardo giù, e vide sotto
l’albero, tutti gli animaletti del
bosco che aveva incontrato il giorno prima,
che stavano apparecchiando una bellissima
tavola; una farfallina volò da
lui, gli diede un bacino, e gli sussurrò:
“ Scendi Bombetta, la colazione
è quasi pronta!”
Dopo una ricca colazione, il barbagianni
e Bombetta salutarono tutti e si misero
in viaggio.
Era un’altra bellissima giornata
e i due si incamminarono per il sentiero
che portava al villaggio; iniziarono a
chiacchierare:
“Dove vivi giovanotto?” chiese
il barbagianni.
“In una casetta in cima alla montagna”
rispose Bombetta.
“Insieme alla tua famiglia?”
continuò il barbagianni.
“No, da solo; ma ho i miei amici
angeli che si prendono cura di me ed in
particolare l’angelo Gelberìa,
il mio migliore amico” disse Bombetta
con orgoglio.
Il barbagianni rimase un po’ in
silenzio, poi rivolse a Bombetta uno sguardo
di rimprovero e disse ad alta voce, tra
sé e sé, sospirando:
“Ah! Questi giovani d’oggi
si prendono gioco di noi poveri adulti,
non c’è più rispetto!”
Bombetta non capì il perché
di questa affermazione, ma ugualmente
continuarono a chiacchierare tra loro
con allegria e a stringere sempre più
una sincera amicizia.
Arrivarono al villaggio che era ora di
pranzo.
Bombetta era meravigliato: non aveva mai
visto tante case così grandi tutte
insieme, e tante persone! Forse non ricordava
di averne mai visto nemmeno una in vita
sua!
Ma tante emozioni tutte insieme gli fecero
venire fame e, visto che si era fatta
ormai ora di pranzo, chiese preoccupato
al barbagianni:
“Quando si mangia?”
Il barbagianni fu colto di sorpresa e
disse solo:
“Uhm…”
“Io non ho fame, sono un gattino
forte io!No no, nessuna fame! Chiedevo
tanto per chiedere…” replicò,
svelto, Bombetta.
“Più tardi avrai il tuo pranzo,
ora guarda, siamo arrivati a casa di Costanza.”
disse, indicando una casa di mattoni col
soffitto di legno, che un tempo doveva
essere stato dipinto di un bel rosso ciliegia,
ma che ora era rovinato dal tempo e dalle
intemperie:si vedevano infatti diversi
fori quà e là, chiusi alla
meglio con dei chiodi e delle assi di
legno.
Era chiaramente una casa abitata da gente
povera; davanti alla porta c’era
una bicicletta, vecchia ma funzionante,
e dei giochi da bimba, mentre nel giardinetto
sul retro si intravedevano molte piantine
di menta, un mandorlo ed un gigantesco
albero di fichi con i germogli piccolo
piccoli, perché non era ancora
la stagione dei frutti.
Bombetta e il barbagianni entrarono in
giardino e raggiunsero il davanzale di
una finestra, che era proprio quella della
sala da pranzo; lì videro due ragazzi
abbastanza giovani, i fratelli di Costanza,
e lei, una bimba piuttosto piccola ed
esile per la sua età, ma con gli
occhi grandi ed espressivi ed i capelli
rossi, legati con dei nastrini verdi in
due simpaticissime codette.
“Guarda Costanza” disse il
più grande dei fratelli alla bimba,
aprendo uno zainetto e togliendo fuori
una bottiglia ed un sacchetto.
“Oggi il lattaio mi ha comprato
tutti i mazzetti di menta, e guarda quanto
latte ho portato! Mi ha dato pure dello
zucchero! Sei contenta? Ci possiamo preparare
un dolce! Ti va?” le chiese dolcemente.
“No, no e no!” disse la bimba.
“Voglio solo il mio cagnolino Polly!”
continuò, iniziando a piangere.
“Polly tornerà”disse
l’altro fratello.
“Ma devi mangiare se vorrai giocare
e correre con lui” continuò,
poi rivoltosi al fratello minore:
“Almeno oggi che abbiamo qualcosa
per pranzare…”
Bombetta si intristì molto nel
vedere quella scena, e voleva fare tante
domande al barbagianni, ma si trattenne
dal farlo, perché si accorse che
il suo amico stava piangendo in silenzio,
anche lui commosso dalla povertà
dei tre fratellini.
Così decise che doveva fare qualcosa
e, con un balzò, salto giù
dal davanzale e corse via dicendo al barbagianni:
“Aspettami qui! Torno presto!”
e in un lampo si dileguò .

CAPITOLO V
- I biscotti di Gelberìa –
Corse
senza una precisa meta, finchè
arrivò in una piazzetta isolata
dove al centro si trovava una bella fontanella,
sormontata da una statua di marmo bianco,
che raffigurava un angioletto, e si avvicinò
per bere qualche sorso.
Poi, dopo una bella bevuta, balzò
sulla testa della statua e, rivolto al
cielo, chiamò a gran voce:
“Gelberìaaa! Gelberìaaa!”
Qualche attimo dopo già si udiva
nell’aria il suono angelico della
sua armonica e la sua voce che gli disse
scherzosamente:
“Ciao Bombetta! Non ci vediamo da
un giorno e hai già trovato un
altro angelo per rimpiazzarmi!”
“Che dici? Almeno questa statua
non suona l’armonica!!” gli
rispose sghignazzando Bombetta mentre,
con un balzo, scendeva dalla statua
“Comunque…” continuò
Gelberìa materializzandosi nel
suo splendore, innanzi a Bombetta:
“…io da piccolo non ero così
grassoccio, ero molto più carino!
Perché mi hai chiamato?”
Improvvisamente, si sentì un lungo
suono cupo che proveniva da pancino di
Bombetta.
“Ahhh! Eccola la risposta! Il pancino
piange!!” disse Gelberìa
teneramente, prendendolo in braccio e
accarezzandogli affettuosamente le orecchiette
morbide.
“No, cioè sì, cioè…non
solo io!” balbettò Bombetta,
poi prese coraggio e gli raccontò
di Costanza e dei suoi fratelli.
“Allora andiamo a casa di Costanza
e prepariamo qualcosa di buono da mangiare!”
esclamò Gelberìa.
“Si si!” Qualcosa di paradisìaco!”
gli fece eco Bombetta, tutto contento!
Arrivarono in un batter d’ali e
trovarono il barbagianni che aspettava
sul davanzale della finestra.
“Buongiorno Franco!” disse
Gelberìa al barbagianni, e continuò,
facendolo accomodare sulla sua spalla
destra:
“ Entri con noi!”
Il barbagianni rimase per un attimo senza
parole, poi, rivoltosi a Bombetta disse
sotto voce:
“Ma è un angelo vero?!
“Verissimo! Solo un po’ rompiscatole
quando inizia a …”ma Bombetta
non fece in tempo a finire, che Gelberìa
si mise in bocca la sua armonica, aprì
la porta, e si presentò ai tre
fratelli suonando un bel motivetto allegro.
“…suonare la l’ armonica”
continuò Bombetta, poi l’angelo
esordì:
“Ragazzi!Ora si fanno i Biscotti
di Gelberìa!”
I tre ragazzi rimasero a bocca aperta,
ma Gelberìa continuava a suonare
e a parlare canticchiando:
“Fuoco si accenda nel forno!”
e il fuoco si accese.
“Che abbiamo qui, piccola?”
chiese a Costanza indicando la bottiglia
ed il sacchetto.
“Latte e zucchero, signor angelo!”
rispose Costanza tutta contenta!
Allora Gelberìa posò Bombetta
ed il barbagianni sul tavolo e disse:
“A lavoro amici miei! Ho giusto
quì nella tasca un po’di
“farina di nuvole” e iniziò
a toglier fuori dalle tasche pugni e pugni
di farina, che non finivano mai!
“Vediamo cosa manca…”
disse pensoso, poi guardò fuori
verso il giardinetto e ordinò a
Bombetta ed al barbagianni:
“Andate a raccogliere tre belle
ceste piene di menta, mandorle e fichi:
forza!!”
“Ma le piante non hanno ancora frutto…”
disse il fratello maggiore timidamente.
“Guarda, ragazzo” gli rispose
Gelberià indicando le piante, che
in un batter d’occhio si caricavano
di fichi bellissimi e dolcissimi, e di
mandorle fresche e profumate, mentre le
piantine di menta si moltiplicavano per
tutto il giardino.
Tutti corsero fuori a raccogliere i frutti
al suon della musica di Gelberìa
e, dopo che ebbero raccolte le tre ceste,
tutti insieme allegramente prepararono
e poi mangiarono quei biscotti buonissimi.
“E ora di andare, amici” disse
l’angelo al barbagianni e a Bombetta
“Grazie di cuore”, dissero
i tre fratelli all’angelo, cosa
possiamo fare per te?
“Mmm…una cosuccia ci sarebbe”
disse l’angelo guardando la bicicletta
appoggiata davanti casa
“Oh no!” Pensò Bombetta,
e si coprì gli occhi con le zampette
“ Mi fareste fare un giro sulla
vostra bicicletta?!”chiese Gelberìa
“Certo!” dissero in coro i
tre fratelli.
“Pensavo che gli angeli fossero
un po’ più seri” commentò
ridacchiando il barbagianni.
“Cadrai e ti farai male! Tu non
sai andare in bicicletta!” esclamò
agitato bombetta.
“Ah sì! Guarda e impara!
Gatto senza un calzino!PRRRRR!”
e, facendogli una sonora pernacchia, montò
sulla bicicletta e iniziò a pedalare
e correre per le vie della città,
aiutandosi con qualche battito di ali
al momento giusto, per evitare di cadere.
“Così non vale!” gli
urlava Bombetta quando gli passava davanti.
“Pistaaaaa!” gli rispondeva
Gelberìa, iniziando un nuovo giro.
Dopo molti giri, Gelberìa tornò
alla base tutto contento e disse:
“E’ giunta davvero l’ora
dei saluti” e, rivoltosi ai tre
fratelli, si chinò su Costanza
e le disse dolcemente all’orecchio:
“Questo gattino che vedi, domani
ti riporterà il tuo Polly, ma tu
per ora fai vinta di non sapere niente,
sennò si emoziona troppo!”
poi le fece l’occhiolino, e lei
annuì con un sorriso grande grande
stampato in viso.
Si salutarono, ma prima di andar via,
Gelberìa volle dire un’ultima
cosa a Bombetta e al barbagianni mentre
gli indicava, col dito, una strada:
“Seguite questa strada, attraversate
due ponti, ma prima del terzo vedrete
un vecchio mulino: bussate e troverete
ricovero per la notte, e per te, Bombetta,
c’è una sorpresa che ti aspetta!”
Poi volò via facendo “ciao”
con la mano.

CAPITOLO VI
- La sorpresa –
I due amici si misero in cammino per quella
strada.
Attraversarono un ponte, poi un altro,
e continuarono a camminare, ma del terzo
ponte ancora non si intravedeva la sagoma:
“Ormai sta calando la notte e noi
non abbiamo ancora trovato il mulino,
forse dovremmo iniziare a cercare un riparo
quì vicino” disse il barbagianni.
“No! Camminiamo ancora un po’,
son sicuro che siamo vicinissimi al mulino
che ci ha indicato Gelberìa! E
poi no riuscirei a dormire tranquillo
senza sapere qual è la sorpresa
che mi aspetta!!” disse Bombetta,
e il barbagianni rispose sospirando:
“AH! Beata gioventù! Va bene
figliolo, camminiamo ancora un pochino…ma
giusto un pochino,eh, non vorrei che ti
si consumassero i calzini!”
Così camminarono un altro pochino
ed ecco, apparire all’orizzonte,
la sagoma di un ponte e sulla destra,
vicino a loro, il mulino di cui parlava
Gelberìa.
Si avvicinarono al portone e bussarono.
“Siam due viandanti in cerca di
ricovero per la notte” disse il
barbagianni e il portone si aprì
mentre una voce diceva:
“Entrate pure”
I due entrarono e subito si resero conto
di essere entrati in una casa abitata
da una famiglia di gatti che, al vederli,
subito iniziarono a miagolare e a ronfare
di gioia.
Mamma gatta, una bella miciona grigio-tigrata
con la coda ad anellini bianchi, si avvicinò
a Bombetta e, piangendo di felicità,
lo leccò teneramente dietro le
orecchie dicendogli:
“Figliolo mio, finalmente sei ritornato!”
Bombetta ancora non riusciva a capire
bene, poi, guardandosi intorno, vide altri
quattro gattini grandi come lui, uguali
a lui, proprio con tre calzini bianchi
come li aveva lui! Allora capì
che quelli erano i suoi fratellini e la
gatta era anche la sua mamma!
Anche loro gli andarono incontro per salutarlo,
lo leccarono, gli si strofinarono addosso
e poi gli chiesero:
“Cos’è quel ciuffetto
bianco che hai sul petto?”
“E’ un regalo del mio amico
Gelberìa” rispose Bombetta
tutto fiero.
Poi fecero una grande festa, mangiarono,
invitarono gli animaletti del vicinato
e ballarono fino a tarda notte fin quando
non fu l’ora di andare a nanna.
Bombetta dormì insieme ai suoi
fratellini, tutti acciambellati uno su
l’altro, in un morbido letto di
caldi abbracci, leggeri ron-ron, e di
leccatine affettuose.
Fuori c’era un temporale, la pioggia
avvolgeva, come una coperta, Bombetta
e i suoi fratellini, qualche lampo illuminava
d’argento i bianchi baffetti dei
micini mentre le gocce d’acqua che
si infrangevano sulla terra bagnata, tenevano
il tempo al suono dolce e rassicurante
dell’armonica di Gelberìa.

CAPITOLO VII
- I boscaioli –
Il mattino arrivò, e i due amici
si rimisero in viaggio, con la promessa
solenne che Bombetta sarebbe presto tornato
a salutare la sua bella famigliola.
“Adesso da quale parte andiamo?”
chiese il Barbagianni.
“Al bosco di querce, me l’ha
sussurrato stanotte nell’orecchio
Gelberìa” rispose Bombetta
Così si diressero verso il bosco,
camminarono tutta la mattina e, stanchi
e affamati, vi si fermarono proprio all’entrata,
sotto una grande quercia, per riposarsi
e mangiare il pranzo che la mamma di Bombetta
aveva loro preparato e messo in uno zainetto.
“Caspita quanto cibo!” Ecco
perché mi pesava tanto!”esclamò
il barbagianni svuotando lo zainetto.
E iniziarono a pranzare tranquillamente
sotto un albero.
Mentre mangiavano si guardarono intorno.
Il bosco era popolato da pochi animaletti
e solo qualche timido fiorellino faceva
capolino sul terreno; anche gli alberi
non erano numerosi e di molti di essi
rimaneva solo il tronco tagliato alla
base.
Ogni tanto si sentivano dei colpi sordi
prevenire dal bosco, poi un tonfo grande,
poi il silenzio, e dopo ricominciavano
i colpi.
“Che sarà questo rumore?”
chiese Bombetta .
“Sono i boscaioli che tagliano gli
alberi” rispose il barbagianni
“Andiamo a vedere? Dai! Non ho mai
visto come fanno!” esclamò
Bombetta
“Si, però no avviciniamoci
troppo” rispose il saggio barbagianni.
Arrivarono, così, nel luogo dove
i boscaioli stavano tagliando gli alberi:
erano in due.
Prima tagliavano l’albero ai lati
con le asce, però da un lato facevano
un solco più profondo in modo che
l’albero cadesse proprio da quella
parte.
“E adesso come lo portano via?”
chiese Bombetta al barbagianni.
“Solitamente lo legano ad uno o
due asini che lo trascinano via”.
Ma invece degli asini, arrivò un
boscaiolo alla guida di un gruppetto di
sei cani legati tra di loro con grosse
corde; li sgridava e li frustava con ramo,
quando non obbedivano subito ai suoi ordini.
“Poveri cani! Non è giusto
che li trattino così!” disse
il barbagianni indignato, e poi continuò:
“Guarda quel cane più piccolo:
è un cucciolo di S.Benardo! E’
Polly!
“Polly! Piccolo! Ma è gigantesco!
Sicuro che sia un cucciolo?” ribattè
Bombetta.
“ Certo!E poi lo riconosco! L’ho
visto una volta insieme a Costanza nel
bosco! Quanto è magro!!”
disse il barbagianni.
“Magro? A me sembra abbastanza grosso…”
disse Bombetta tra sé.
“Insomma Bombetta, non vorrai tirarti
indietro proprio ora! Devi liberarlo:è
il tuo incarico!” rimbottò
il barbagianni.
“Mmm…fammi pensare”
disse Bombetta preoccupato.
Intanto uno dei due boscaioli aveva già
legato il grosso tronco ai poveri cani
e li incitava a camminare più velocemente
di quello che potevano, mentre l’altro
boscaiolo si era spostato a tagliare in
un’ altra zona.
“Chiama Gelberìa” suggerì
il barbagianni
“ Non voglio! E’ il mio incarico,
ce la devo fare da solo” sentenziò
Bombetta, poi continuò:
“Ecco il piano: tu ruberai il cappello
al boscaiolo, però volerai basso,
in modo che lui creda di poterti acciuffare,
così lascerà i cani soli
ed io potrò tagliare le corde con
i miei affilatissimi dentini, e con le
unghiette, se sarà necessario!”
“Io ci sto! Ora?” chiese il
barbagianni.
“Si, vai! E buona fortuna!”rispose
Bombetta.
Il barbagianni raggiunse il boscaiolo,
afferrò il cappello con le zampe,
e volò via mentre l’uomo
lo rincorreva furioso; allora Bombetta
corse dai cani e disse loro:
“Ora vi libero!”
E iniziò a morsicare, con i dentini,
la corda che li teneva legati.
Finalmente una corda si ruppe, poi la
seconda, poi la terza ed i cani già
liberi aiutavano Bombetta a tagliare le
corde che tenevano prigionieri gli altri
cani.
Ne mancava solo uno quando il barbagianni
arrivò volando e urlando:
“ Presto Bombetta! Il boscaiolo
sta tornando!”
Bombetta riuscì a rompere anche
l’ultima corda così che anche
il sesto cane fu salvo, ma rimase impigliato
nel groviglio di corde tagliate.
Il barbagianni e i cani fuggirono nel
bosco e il povero Bombetta fu preso dal
boscaiolo che, furente esclamò:
“ Gattaccio rompiscatole! Ora avrai
la fine che meriti!”
Poi preso il povero Bombetta per la collottola,
si diresse fino al bordo di un altissimo
burrone e lo lanciò nel vuoto.

CAPITOLO
VIII
- L’amico ritrovato –
I fuggitivi scoppiarono a piangere per
la fine del loro piccolo eroe, e solo
dopo qualche ora, il barbagianni riuscì
a calmarsi e a raccontare a Polly lo scopo
della loro avventura.
“Come avrei voluto ringraziare quel
piccolo gatto coraggioso!” disse
Polly, inconsolabile.
“Il modo migliore per ringraziarlo
ora, è andare subito dalla tua
Costanza” disse il barbagianni con
fierezza e, salutati gli altri compagni
di sventura, si incamminò con Polly
verso la casa di Costanza.
Camminarono tutta la sera senza mai fermarsi,
silenziosi e tristi, fino a quando arrivarono,
dopo il tramonto, a casa di Costanza.
Si avvicinarono alla porta, ed ecco che,
prima di bussare, sentirono il suono dell’armonica
di Gelberìa, provenire dall’interno
della casa.
“Come farò a dire all’angelo
quello che è successo al suo amico”!
disse, disperato, il barbagianni tra sé.
La porta si aprì, Costanza corse
fuori e, in lacrime, abbracciò
il suo Polly!
Il barbagianni allora entrò in
casa a testa bassa, e vide Gelberìa,
in piedi davanti a lui, che gli sorrideva;
stava pensando alle parole da usare, quando
una voce conosciuta gli disse da dietro:
”Salve amico!”
Il barbagianni si voltò, vide Bombetta
sano e salvo, e gli disse:
“Chiamami Franco!”
E si abbracciarono con gli occhioni pieni
di lacrime.
“Ora dobbiamo andare Bombetta, il
tuo incarico è compiuto, e il tuo
lettino di piume ti aspetta.” disse
Gelberìa a Bombetta.
Così salutarono tutti con un “Arrivederci”,
e volarono insieme in cima al monte.
Da allora si dice che i gatti abbiano
ricevuto un dono, perciò quando
vedete il vostro gatto assorto a contemplare
il vuoto, non disturbatelo: sicuramente
sta parlando con un angelo!
FINE