Bombetta e l'angelo.

 

 

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Bombetta e L’angelo Gelberìa


CAPITOLO I
- L’incontro -

C’era una volta un angelo del cielo, che volava leggero al ritorno di un incarico sulla terra.
Era, come tutti gli angeli, bellissimo e si chiamava Gelberìa.
Indossava una tunica corta, di lino color celestino con due tasche sui fianchi e, stretta alla vita, una cinta di organza argentata; era alto e forte, con due magnifiche ali grandi e piumate, morbide e bianche come la neve; aveva un viso stupendo, incorniciato da morbidi capelli bruni con riflessi color zaffiro; ma ciò che incantava erano i suoi occhi dolci e profondi color acquamarina, disegnati da lunghe e folte ciglia scure.
Volava basso e guardava curiosamente le strade, le città e tutte le persone affaccendate a fare qualcosa o semplicemente a camminare, o ad andare in bicicletta:come gli sarebbe piaciuto fare un giro su uno di quegli aggeggi!!
Poi, qualcosa attirò la sua attenzione: un cappello a bombetta che camminava lentamente sul margine di un sentiero…lento lento e a zig-zag!!
“Per tutte le nuvolette pazzerelle che ho visto…non mi era ancora capitato di vedere un cappello andare a spasso sulla terra!!” esclamò.
Così, curioso com’era, decise di scendere per guardarlo più da vicino; gli si posò a fianco, si inginocchiò e lo osservò: era un cappello a bombetta abbastanza nuovo e avanzava, lento e incerto , verso il centro del sentiero.
Provò a tenerlo fermo con un dito, e si rese conto che, anche se molto debolmente, il cappello tentava di avanzare, poi tolse via il dito, ed il cappello continuò a camminare.
Decise allora di scoprire il mistero una volta per tutte:con un gesto veloce, prese il cappello con una mano e:
“Toh…guarda chi c’è! Un vero gentleman che va a spasso con la sua bombetta!!” esclamò Gelberìa, ridacchiando.
Sotto il cappello c’era un micetto piccolo piccolo, così piccolo che a mala pena riusciva a camminare, ed i suoi occhietti erano ancora di quel blu indefinito che hanno i cuccioli di gatto nei loro primi giorni di vita; aveva un bel manto grigio perla, il musetto bianco, e pure bianche erano tre zampine, come se indossasse dei calzini, mentre la quarta, era tutta grigia.
Fissò Gelberìa negli occhi e disse:
”Maaaaaa” con una vocina flebile flebile
“Come ti chiami piccolo? Non ce l’hai una casa?” gli chiese l’angelo, ma il micio rispose ancora:
“Maaaaa”
“Ho capito, povera stelluccia, sei troppo piccolo per parlare, ma pure per continuare il tuo giro in bombetta! Hai perso la strada di casa…e pure un calzino a quanto vedo…” ridacchiò e poi continuò:
“Vieni con me, ritroverai la tua casa quando sarà maturo il tempo, e il tuo nome sarà…sarà…mmm…” poi gettando lo sguardo sul cappello che aveva in mano:
“Bombetta! Si! Bombetta! Ti piace?” chiese al micetto.
Il micio lo guardò con occhietti disperati e, mentre girava a destra e a sinistra la testolina facendo cenno di no, miagolava con tutta la voce che aveva nella golina:
“Maaaaaaaa!! Maaaaaaa! Maaaaaa!”
“ Hi hi hi…” ridacchiava l’angelo e continuò:
“ Non ti capisco! Mi dispiace che tu non sappia ancora parlare! Hi hi hi…Allora aggiudicato Bombetta?” gli chiese ancora ridacchiando e lo prese teneramente in una mano
“Maaa” rispose, ormai rassegnato, Bombetta.
“Allora si parte! Tieniti forte!” disse l’angelo, e spiccò il volo.

 

CAPITOLO II
- L’incarico -

Gelberìa portò Bombetta sulla cima di un bellissimo monte, ricco di frutti e vegetazione, e lì costruì una casetta solo per lui.
Era bellissima: in legno, tutta celeste, con un lettino di calde piume bianche, la tavola sempre imbandita di leccornie e le stanze piene dei regali che Gelberìa, ma anche gli altri angeli, portavano al micetto al ritorno delle loro missioni.
La casetta era così in alto che Bombetta poteva vedere gli angeli che salivano e scendevano dal cielo, e spesso, qualche angelo si fermava a salutarlo, e gli raccontava le storie che aveva vissuto e gli insegnava ciò che è giusto e ciò che non lo è.
Ma era Gelberìa che più di tutti gli faceva compagnia e giocava con lui.
Il suo arrivo era scandito dal suono della sua armonica che portava sempre dentro una tasca della tunica:
“Bombetta, senti questa melodia, l’ho appena composta!” ed iniziava a suonare, comodamente adagiato su un ramo di un albero.
Anche Bombetta si accomodava su qualche ramo (si sa che ai gatti e agli angeli piace stare in alto!), e stava a sentirlo ad occhi chiusi; la melodia era davvero bella però puntualmente dopo mezz’oretta di ascolto si stancava e diceva all’angelo:
“Complimenti, è molto bella, ma ora basta, ti prego!!”
“Solo un altro pezzettino” gli rispondeva Gelberìa e continuava a suonare, allora Bombetta scendeva piano piano dal suo ramo, e silenziosissimamente gli andava dietro le ali e, preso un bel respiro, gli soffiava nell’orecchio, così forte che solo un gatto riesce a soffiare così, tanto che ogni volta il povero angelo si spaventava da matti, e per lo spavento puntualmente gli cadeva a terra la fisarmonica!
“Birbante di un gatto!Non sai apprezzare l’arte!” esclamava, e se ne andava via facendo finta di essere offeso.
Passò un anno e Bombetta ora aveva gli occhioni di un bel verde smeraldo e cresceva saggio e felice nella sua casetta celeste in compagnia dei suoi amici angeli, ma sempre più di frequente faceva una richiesta ai suoi amici e diventava ogni giorno più insistente:
“Vi prego, chiedete che venga affidato un incarico pure a me! Per favore! Ormai sono grande!” chiedeva insistentemente agli angeli.
“Ma non sei un angelo, non c’è bisogno che tu vada in missione per dimostrarci che sei un gattino buono!” gli rispondevano gli angeli, ma Bombetta insisteva:
“Vi prego!Vi prego! Vi prego! Un incarico piccolo piccolo!!!”
Così, un giorno Gelberìa si presentò a Bombetta per dargli il suo sospirato incarico:
“Ecco la tua missione” esordì l’angelo:
“Nel villaggio a valle c’è Costanza, una bambina di cinque anni, che piange disperatamente perchè il suo cucciolo di S.Bernardo è scomparso da due giorni e non si trova da nessuna parte: tu lo dovrai ritrovare. Te la senti?”
“ Certo! Cos’è un S.Bernardo? Un uccellino?” chiese Bombetta.
“ Beh, no, è un po’ più grosso…” rispose l’angelo.
“Un topolino?...prometto che sarò gentile con lui!”replicò Bombetta.
“Nemmeno…ehm…non preoccuparti , lo scoprirai presto. Ora avvicinati.” gli ordinò
Si strappò una piuma dalle ali e la poggiò sul petto di Bombetta dicendo queste parole:
“Ricorda che gli angeli del cielo sono con te e in te”
E la piuma si fuse col manto del micio, diventando un ciuffetto bianco tra il grigio perla del mantello.
“Ora vai” terminò l’angelo.
E Bombetta iniziò a correre giù dalla montagna verso il bosco.

 

CAPITOLO III
- Un nuovo amico -


Era una splendida mattina estiva.
Il bosco non faceva paura, anzi, Bombetta era affascinato, passo dopo passo, dagli alberi dalle diverse forme, dai fiori variopinti e profumati, dalle farfalle colorate che gli svolazzavano intorno, dai torrenti abitati da pesciolini colorati, da strani buchi nel terreno da cui uscivano buffi animaletti col musetto appuntito e tutti erano gentili con lui, ma non poteva trattenersi: aveva una missione da compiere.
Quasi improvvisa scese la notte, e il bosco cambiò aspetto; tutti gli animaletti che aveva visto durante il giorno scomparvero, i fiori si chiusero, gli alberi parevano tutti uguali e minacciosi, come se volessero imprigionarlo tra le loro fronde.
D’un tratto, un lupo gli tagliò la strada e iniziò a ringhiare minaccioso contro di lui.
“ Ciao, io sono Bombetta” disse il micio tremante al lupo, ma quello continuava a ringhiare più forte e si avvicinava.
“Scappa gatto!” gli urlò una voce dall’alto.
E Bombetta iniziò a correre il più veloce che poteva ma il lupo lo seguiva e stava per raggiungerlo.
“Sali su un albero, presto!” gli suggerì la voce.
Il povero micio spaventato gli obbedì e si mise in salvo, e il lupo, furioso, se ne andò.
Mentre Bombetta riprendeva fiato, la voce che lo aveva salvato si materializzò davanti a lui: era un uccello piuttosto grosso, con gli occhi grandi, simili ai suoi ma color ambra.
Esordì:
“Nuovo di queste parti, giovanotto?
“Grazie di cuore per avermi aiutato! Io sono…”
“Bombetta…lo so” lo interruppe l’uccello ridacchiando, e continuò:
“Io sono il signor Barbagianni, Franco per gli amici, ma tu puoi chiamarmi…”
“Franco?” lo interruppe questa volta Bombetta
“No, Signor Barbagianni” rimbottò con malcelata severità il barbagianni, e continuò:
“ Cosa ti porta, Bombetta, a vagare la notte per questo bosco?”
“Ho un incarico da compiere” rispose tutto fiero Bombetta
“E di cosa si tratta?”
“Mmm…non so se posso dirtelo” rispose confuso Bombetta.
“Se non ti fidi di chi ti ha salvato la vita, di chi ti puoi fidare, giovanotto?” replicò il barbagianni.
“Va bene. Te lo dico: devo ritrovare il S.Bernardo di Costanza, una bambina che vive nel villaggio
a valle” confidò Bombetta.
“La conosco bene! Viene spesso qui nel bosco a raccogliere le fragoline con i fratelli. E’ una bimba dolce e gentile e porta sempre le briciole di pane per i pesci e per noi uccelli del bosco.”disse il barbagianni.
“Davvero la conosci? E sai pure dove abita?” chiese tutto contento Bombetta.
“Certo che lo so!” rispose il barbagianni.
“E me lo potresti spiegare?” continuò Bombetta.
“Figliolo, farò di più. Domani mattina ti ci condurrò. Ora seguimi, ti porto in un posto sicuro dove potrai dormire.”
Così il barbagianni condusse Bombetta sopra un grande albero, lo fece acciambellare all’interno di un comodo incavo tappezzato di morbide foglie profumate, e volò via promettendogli che sarebbe ritornato a svegliarlo l’indomani mattina.
La luna era alta, ed ora illuminava un sereno cielo dalle mille sfumature di blu, la musica dolce della fisarmonica di Gelberìa scorreva come fiume di dolci pensieri tra gli alberi del bosco, ora aveva incontrato un nuovo amico e chissà ancora quante avventure lo aspettavano domani!
Bombetta sì addormentò, stanco stanco, ma felice.


CAPITOLO IV
- Inizia l’avventura -

“Svegliaaaaaaaaa!” urlò, il giorno seguante, con tutto il fiato che aveva in gola il barbagianni
Bombetta si destò sulle quattro zampine e balbettò:
“Dove…dove…”
“Si parte in missione giovanotto, ora rivestiti che si va a far colazione!” disse il barbagianni con un tono più pacato
“Rivestiti?” ripetè dubbioso il piccolo bombetta.
“Non ti sei accorto che ti manca un calzino? Hi…hi…” e scoppiò in una grossa risata.
Gli fecero eco altre risate provenienti dal basso, guardo giù, e vide sotto l’albero, tutti gli animaletti del bosco che aveva incontrato il giorno prima, che stavano apparecchiando una bellissima tavola; una farfallina volò da lui, gli diede un bacino, e gli sussurrò:
“ Scendi Bombetta, la colazione è quasi pronta!”
Dopo una ricca colazione, il barbagianni e Bombetta salutarono tutti e si misero in viaggio.
Era un’altra bellissima giornata e i due si incamminarono per il sentiero che portava al villaggio; iniziarono a chiacchierare:
“Dove vivi giovanotto?” chiese il barbagianni.
“In una casetta in cima alla montagna” rispose Bombetta.
“Insieme alla tua famiglia?” continuò il barbagianni.
“No, da solo; ma ho i miei amici angeli che si prendono cura di me ed in particolare l’angelo Gelberìa, il mio migliore amico” disse Bombetta con orgoglio.
Il barbagianni rimase un po’ in silenzio, poi rivolse a Bombetta uno sguardo di rimprovero e disse ad alta voce, tra sé e sé, sospirando:
“Ah! Questi giovani d’oggi si prendono gioco di noi poveri adulti, non c’è più rispetto!”
Bombetta non capì il perché di questa affermazione, ma ugualmente continuarono a chiacchierare tra loro con allegria e a stringere sempre più una sincera amicizia.
Arrivarono al villaggio che era ora di pranzo.
Bombetta era meravigliato: non aveva mai visto tante case così grandi tutte insieme, e tante persone! Forse non ricordava di averne mai visto nemmeno una in vita sua!
Ma tante emozioni tutte insieme gli fecero venire fame e, visto che si era fatta ormai ora di pranzo, chiese preoccupato al barbagianni:
“Quando si mangia?”
Il barbagianni fu colto di sorpresa e disse solo:
“Uhm…”
“Io non ho fame, sono un gattino forte io!No no, nessuna fame! Chiedevo tanto per chiedere…” replicò, svelto, Bombetta.
“Più tardi avrai il tuo pranzo, ora guarda, siamo arrivati a casa di Costanza.” disse, indicando una casa di mattoni col soffitto di legno, che un tempo doveva essere stato dipinto di un bel rosso ciliegia, ma che ora era rovinato dal tempo e dalle intemperie:si vedevano infatti diversi fori quà e là, chiusi alla meglio con dei chiodi e delle assi di legno.
Era chiaramente una casa abitata da gente povera; davanti alla porta c’era una bicicletta, vecchia ma funzionante, e dei giochi da bimba, mentre nel giardinetto sul retro si intravedevano molte piantine di menta, un mandorlo ed un gigantesco albero di fichi con i germogli piccolo piccoli, perché non era ancora la stagione dei frutti.
Bombetta e il barbagianni entrarono in giardino e raggiunsero il davanzale di una finestra, che era proprio quella della sala da pranzo; lì videro due ragazzi abbastanza giovani, i fratelli di Costanza, e lei, una bimba piuttosto piccola ed esile per la sua età, ma con gli occhi grandi ed espressivi ed i capelli rossi, legati con dei nastrini verdi in due simpaticissime codette.
“Guarda Costanza” disse il più grande dei fratelli alla bimba, aprendo uno zainetto e togliendo fuori una bottiglia ed un sacchetto.
“Oggi il lattaio mi ha comprato tutti i mazzetti di menta, e guarda quanto latte ho portato! Mi ha dato pure dello zucchero! Sei contenta? Ci possiamo preparare un dolce! Ti va?” le chiese dolcemente.
“No, no e no!” disse la bimba.
“Voglio solo il mio cagnolino Polly!” continuò, iniziando a piangere.
“Polly tornerà”disse l’altro fratello.
“Ma devi mangiare se vorrai giocare e correre con lui” continuò, poi rivoltosi al fratello minore:
“Almeno oggi che abbiamo qualcosa per pranzare…”
Bombetta si intristì molto nel vedere quella scena, e voleva fare tante domande al barbagianni, ma si trattenne dal farlo, perché si accorse che il suo amico stava piangendo in silenzio, anche lui commosso dalla povertà dei tre fratellini.
Così decise che doveva fare qualcosa e, con un balzò, salto giù dal davanzale e corse via dicendo al barbagianni:
“Aspettami qui! Torno presto!” e in un lampo si dileguò .

CAPITOLO V
- I biscotti di Gelberìa –

Corse senza una precisa meta, finchè arrivò in una piazzetta isolata dove al centro si trovava una bella fontanella, sormontata da una statua di marmo bianco, che raffigurava un angioletto, e si avvicinò per bere qualche sorso.
Poi, dopo una bella bevuta, balzò sulla testa della statua e, rivolto al cielo, chiamò a gran voce:
“Gelberìaaa! Gelberìaaa!”
Qualche attimo dopo già si udiva nell’aria il suono angelico della sua armonica e la sua voce che gli disse scherzosamente:
“Ciao Bombetta! Non ci vediamo da un giorno e hai già trovato un altro angelo per rimpiazzarmi!”
“Che dici? Almeno questa statua non suona l’armonica!!” gli rispose sghignazzando Bombetta mentre, con un balzo, scendeva dalla statua
“Comunque…” continuò Gelberìa materializzandosi nel suo splendore, innanzi a Bombetta:
“…io da piccolo non ero così grassoccio, ero molto più carino! Perché mi hai chiamato?”
Improvvisamente, si sentì un lungo suono cupo che proveniva da pancino di Bombetta.
“Ahhh! Eccola la risposta! Il pancino piange!!” disse Gelberìa teneramente, prendendolo in braccio e accarezzandogli affettuosamente le orecchiette morbide.
“No, cioè sì, cioè…non solo io!” balbettò Bombetta, poi prese coraggio e gli raccontò di Costanza e dei suoi fratelli.
“Allora andiamo a casa di Costanza e prepariamo qualcosa di buono da mangiare!” esclamò Gelberìa.
“Si si!” Qualcosa di paradisìaco!” gli fece eco Bombetta, tutto contento!
Arrivarono in un batter d’ali e trovarono il barbagianni che aspettava sul davanzale della finestra.
“Buongiorno Franco!” disse Gelberìa al barbagianni, e continuò, facendolo accomodare sulla sua spalla destra:
“ Entri con noi!”
Il barbagianni rimase per un attimo senza parole, poi, rivoltosi a Bombetta disse sotto voce:
“Ma è un angelo vero?!
“Verissimo! Solo un po’ rompiscatole quando inizia a …”ma Bombetta non fece in tempo a finire, che Gelberìa si mise in bocca la sua armonica, aprì la porta, e si presentò ai tre fratelli suonando un bel motivetto allegro.
“…suonare la l’ armonica” continuò Bombetta, poi l’angelo esordì:
“Ragazzi!Ora si fanno i Biscotti di Gelberìa!”
I tre ragazzi rimasero a bocca aperta, ma Gelberìa continuava a suonare e a parlare canticchiando:
“Fuoco si accenda nel forno!” e il fuoco si accese.
“Che abbiamo qui, piccola?” chiese a Costanza indicando la bottiglia ed il sacchetto.
“Latte e zucchero, signor angelo!” rispose Costanza tutta contenta!
Allora Gelberìa posò Bombetta ed il barbagianni sul tavolo e disse:
“A lavoro amici miei! Ho giusto quì nella tasca un po’di “farina di nuvole” e iniziò a toglier fuori dalle tasche pugni e pugni di farina, che non finivano mai!
“Vediamo cosa manca…” disse pensoso, poi guardò fuori verso il giardinetto e ordinò a Bombetta ed al barbagianni:
“Andate a raccogliere tre belle ceste piene di menta, mandorle e fichi: forza!!”
“Ma le piante non hanno ancora frutto…” disse il fratello maggiore timidamente.
“Guarda, ragazzo” gli rispose Gelberià indicando le piante, che in un batter d’occhio si caricavano di fichi bellissimi e dolcissimi, e di mandorle fresche e profumate, mentre le piantine di menta si moltiplicavano per tutto il giardino.
Tutti corsero fuori a raccogliere i frutti al suon della musica di Gelberìa e, dopo che ebbero raccolte le tre ceste, tutti insieme allegramente prepararono e poi mangiarono quei biscotti buonissimi.
“E ora di andare, amici” disse l’angelo al barbagianni e a Bombetta
“Grazie di cuore”, dissero i tre fratelli all’angelo, cosa possiamo fare per te?
“Mmm…una cosuccia ci sarebbe” disse l’angelo guardando la bicicletta appoggiata davanti casa
“Oh no!” Pensò Bombetta, e si coprì gli occhi con le zampette
“ Mi fareste fare un giro sulla vostra bicicletta?!”chiese Gelberìa
“Certo!” dissero in coro i tre fratelli.
“Pensavo che gli angeli fossero un po’ più seri” commentò ridacchiando il barbagianni.
“Cadrai e ti farai male! Tu non sai andare in bicicletta!” esclamò agitato bombetta.
“Ah sì! Guarda e impara! Gatto senza un calzino!PRRRRR!” e, facendogli una sonora pernacchia, montò sulla bicicletta e iniziò a pedalare e correre per le vie della città, aiutandosi con qualche battito di ali al momento giusto, per evitare di cadere.
“Così non vale!” gli urlava Bombetta quando gli passava davanti.
“Pistaaaaa!” gli rispondeva Gelberìa, iniziando un nuovo giro.
Dopo molti giri, Gelberìa tornò alla base tutto contento e disse:
“E’ giunta davvero l’ora dei saluti” e, rivoltosi ai tre fratelli, si chinò su Costanza e le disse dolcemente all’orecchio:
“Questo gattino che vedi, domani ti riporterà il tuo Polly, ma tu per ora fai vinta di non sapere niente, sennò si emoziona troppo!” poi le fece l’occhiolino, e lei annuì con un sorriso grande grande stampato in viso.
Si salutarono, ma prima di andar via, Gelberìa volle dire un’ultima cosa a Bombetta e al barbagianni mentre gli indicava, col dito, una strada:
“Seguite questa strada, attraversate due ponti, ma prima del terzo vedrete un vecchio mulino: bussate e troverete ricovero per la notte, e per te, Bombetta, c’è una sorpresa che ti aspetta!”
Poi volò via facendo “ciao” con la mano.


CAPITOLO VI
- La sorpresa –


I due amici si misero in cammino per quella strada.
Attraversarono un ponte, poi un altro, e continuarono a camminare, ma del terzo ponte ancora non si intravedeva la sagoma:
“Ormai sta calando la notte e noi non abbiamo ancora trovato il mulino, forse dovremmo iniziare a cercare un riparo quì vicino” disse il barbagianni.
“No! Camminiamo ancora un po’, son sicuro che siamo vicinissimi al mulino che ci ha indicato Gelberìa! E poi no riuscirei a dormire tranquillo senza sapere qual è la sorpresa che mi aspetta!!” disse Bombetta, e il barbagianni rispose sospirando:
“AH! Beata gioventù! Va bene figliolo, camminiamo ancora un pochino…ma giusto un pochino,eh, non vorrei che ti si consumassero i calzini!”
Così camminarono un altro pochino ed ecco, apparire all’orizzonte, la sagoma di un ponte e sulla destra, vicino a loro, il mulino di cui parlava Gelberìa.
Si avvicinarono al portone e bussarono.
“Siam due viandanti in cerca di ricovero per la notte” disse il barbagianni e il portone si aprì mentre una voce diceva:
“Entrate pure”
I due entrarono e subito si resero conto di essere entrati in una casa abitata da una famiglia di gatti che, al vederli, subito iniziarono a miagolare e a ronfare di gioia.
Mamma gatta, una bella miciona grigio-tigrata con la coda ad anellini bianchi, si avvicinò a Bombetta e, piangendo di felicità, lo leccò teneramente dietro le orecchie dicendogli:
“Figliolo mio, finalmente sei ritornato!”
Bombetta ancora non riusciva a capire bene, poi, guardandosi intorno, vide altri quattro gattini grandi come lui, uguali a lui, proprio con tre calzini bianchi come li aveva lui! Allora capì che quelli erano i suoi fratellini e la gatta era anche la sua mamma!
Anche loro gli andarono incontro per salutarlo, lo leccarono, gli si strofinarono addosso e poi gli chiesero:
“Cos’è quel ciuffetto bianco che hai sul petto?”
“E’ un regalo del mio amico Gelberìa” rispose Bombetta tutto fiero.
Poi fecero una grande festa, mangiarono, invitarono gli animaletti del vicinato e ballarono fino a tarda notte fin quando non fu l’ora di andare a nanna.
Bombetta dormì insieme ai suoi fratellini, tutti acciambellati uno su l’altro, in un morbido letto di caldi abbracci, leggeri ron-ron, e di leccatine affettuose.
Fuori c’era un temporale, la pioggia avvolgeva, come una coperta, Bombetta e i suoi fratellini, qualche lampo illuminava d’argento i bianchi baffetti dei micini mentre le gocce d’acqua che si infrangevano sulla terra bagnata, tenevano il tempo al suono dolce e rassicurante dell’armonica di Gelberìa.


CAPITOLO VII
- I boscaioli –


Il mattino arrivò, e i due amici si rimisero in viaggio, con la promessa solenne che Bombetta sarebbe presto tornato a salutare la sua bella famigliola.
“Adesso da quale parte andiamo?” chiese il Barbagianni.
“Al bosco di querce, me l’ha sussurrato stanotte nell’orecchio Gelberìa” rispose Bombetta
Così si diressero verso il bosco, camminarono tutta la mattina e, stanchi e affamati, vi si fermarono proprio all’entrata, sotto una grande quercia, per riposarsi e mangiare il pranzo che la mamma di Bombetta aveva loro preparato e messo in uno zainetto.
“Caspita quanto cibo!” Ecco perché mi pesava tanto!”esclamò il barbagianni svuotando lo zainetto.
E iniziarono a pranzare tranquillamente sotto un albero.
Mentre mangiavano si guardarono intorno.
Il bosco era popolato da pochi animaletti e solo qualche timido fiorellino faceva capolino sul terreno; anche gli alberi non erano numerosi e di molti di essi rimaneva solo il tronco tagliato alla base.
Ogni tanto si sentivano dei colpi sordi prevenire dal bosco, poi un tonfo grande, poi il silenzio, e dopo ricominciavano i colpi.
“Che sarà questo rumore?” chiese Bombetta .
“Sono i boscaioli che tagliano gli alberi” rispose il barbagianni
“Andiamo a vedere? Dai! Non ho mai visto come fanno!” esclamò Bombetta
“Si, però no avviciniamoci troppo” rispose il saggio barbagianni.
Arrivarono, così, nel luogo dove i boscaioli stavano tagliando gli alberi: erano in due.
Prima tagliavano l’albero ai lati con le asce, però da un lato facevano un solco più profondo in modo che l’albero cadesse proprio da quella parte.
“E adesso come lo portano via?” chiese Bombetta al barbagianni.
“Solitamente lo legano ad uno o due asini che lo trascinano via”.
Ma invece degli asini, arrivò un boscaiolo alla guida di un gruppetto di sei cani legati tra di loro con grosse corde; li sgridava e li frustava con ramo, quando non obbedivano subito ai suoi ordini.
“Poveri cani! Non è giusto che li trattino così!” disse il barbagianni indignato, e poi continuò:
“Guarda quel cane più piccolo: è un cucciolo di S.Benardo! E’ Polly!
“Polly! Piccolo! Ma è gigantesco! Sicuro che sia un cucciolo?” ribattè Bombetta.
“ Certo!E poi lo riconosco! L’ho visto una volta insieme a Costanza nel bosco! Quanto è magro!!” disse il barbagianni.
“Magro? A me sembra abbastanza grosso…” disse Bombetta tra sé.
“Insomma Bombetta, non vorrai tirarti indietro proprio ora! Devi liberarlo:è il tuo incarico!” rimbottò il barbagianni.
“Mmm…fammi pensare” disse Bombetta preoccupato.
Intanto uno dei due boscaioli aveva già legato il grosso tronco ai poveri cani e li incitava a camminare più velocemente di quello che potevano, mentre l’altro boscaiolo si era spostato a tagliare in un’ altra zona.
“Chiama Gelberìa” suggerì il barbagianni
“ Non voglio! E’ il mio incarico, ce la devo fare da solo” sentenziò Bombetta, poi continuò:
“Ecco il piano: tu ruberai il cappello al boscaiolo, però volerai basso, in modo che lui creda di poterti acciuffare, così lascerà i cani soli ed io potrò tagliare le corde con i miei affilatissimi dentini, e con le unghiette, se sarà necessario!”
“Io ci sto! Ora?” chiese il barbagianni.
“Si, vai! E buona fortuna!”rispose Bombetta.
Il barbagianni raggiunse il boscaiolo, afferrò il cappello con le zampe, e volò via mentre l’uomo lo rincorreva furioso; allora Bombetta corse dai cani e disse loro:
“Ora vi libero!”
E iniziò a morsicare, con i dentini, la corda che li teneva legati.
Finalmente una corda si ruppe, poi la seconda, poi la terza ed i cani già liberi aiutavano Bombetta a tagliare le corde che tenevano prigionieri gli altri cani.
Ne mancava solo uno quando il barbagianni arrivò volando e urlando:
“ Presto Bombetta! Il boscaiolo sta tornando!”
Bombetta riuscì a rompere anche l’ultima corda così che anche il sesto cane fu salvo, ma rimase impigliato nel groviglio di corde tagliate.
Il barbagianni e i cani fuggirono nel bosco e il povero Bombetta fu preso dal boscaiolo che, furente esclamò:
“ Gattaccio rompiscatole! Ora avrai la fine che meriti!”
Poi preso il povero Bombetta per la collottola, si diresse fino al bordo di un altissimo burrone e lo lanciò nel vuoto.

CAPITOLO VIII
- L’amico ritrovato –


I fuggitivi scoppiarono a piangere per la fine del loro piccolo eroe, e solo dopo qualche ora, il barbagianni riuscì a calmarsi e a raccontare a Polly lo scopo della loro avventura.
“Come avrei voluto ringraziare quel piccolo gatto coraggioso!” disse Polly, inconsolabile.
“Il modo migliore per ringraziarlo ora, è andare subito dalla tua Costanza” disse il barbagianni con fierezza e, salutati gli altri compagni di sventura, si incamminò con Polly verso la casa di Costanza.
Camminarono tutta la sera senza mai fermarsi, silenziosi e tristi, fino a quando arrivarono, dopo il tramonto, a casa di Costanza.
Si avvicinarono alla porta, ed ecco che, prima di bussare, sentirono il suono dell’armonica di Gelberìa, provenire dall’interno della casa.
“Come farò a dire all’angelo quello che è successo al suo amico”! disse, disperato, il barbagianni tra sé.
La porta si aprì, Costanza corse fuori e, in lacrime, abbracciò il suo Polly!
Il barbagianni allora entrò in casa a testa bassa, e vide Gelberìa, in piedi davanti a lui, che gli sorrideva; stava pensando alle parole da usare, quando una voce conosciuta gli disse da dietro:
”Salve amico!”
Il barbagianni si voltò, vide Bombetta sano e salvo, e gli disse:
“Chiamami Franco!”
E si abbracciarono con gli occhioni pieni di lacrime.
“Ora dobbiamo andare Bombetta, il tuo incarico è compiuto, e il tuo lettino di piume ti aspetta.” disse Gelberìa a Bombetta.
Così salutarono tutti con un “Arrivederci”, e volarono insieme in cima al monte.
Da allora si dice che i gatti abbiano ricevuto un dono, perciò quando vedete il vostro gatto assorto a contemplare il vuoto, non disturbatelo: sicuramente sta parlando con un angelo!

FINE



 

 

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